Solidarietà
Maddalena Boschetti,
per tutti Madda, e’ nata il 1° maggio 1963 a Genova. Si e’ laureata in matematica e dopo la laurea ha insegnato in una scuola privata. Nel 1998 ha iniziato un cammino di consacrazione, descritta nei tre voti canonici della vita religiosa e da un quarto voto: servire l’umanita’ sofferente a rischio della vita.
Nel 2001 e’ stata inviata per quattro mesi in una missione a Barranquilla (Colombia) e il 18 luglio 2002 ha iniziato l’esperienza missionaria ad Haiti, nella comunita’ camilliana di Port-au-Prince. Nel 2004 e’ diventata responsabile del Foyer Betlemme( all’interno della missione camilliana ), occupandosi di bambini abbandonati, handicappati, lungodegenti.
Dal 2008 si e’ instaurata una positiva collaborazione con la Parrocchia di Marerouge, nel nord del paese, per aiutare i bimbi che necessitano di cure mediche specialistiche o ricoveri ospedalieri.
Molti bambini hanno potuto godere di questo “ponte” per ritrovare la salute.
Occupandosi in modo responsabile dei bambini malati e handicappati, ha aperto l’accesso a una moltitudine di altri bisogni delle loro famiglie: procurare una casa e un lavoro per mantenersi dignitosamente.
Tuttora porta avanti il Progetto “Azione Gasmy” a Marerouge insieme alla comunita’ locale, per costruire un centro nutrizionale dove possano accedere i numerosi bambini malati e handicappati della zona.
L’iniziativa “Un mattone per ... MADDA”, promossa dalla Polisportiva Virtusestri, nell’ambito del progetto “Insieme si può”, consiste nell’invito a sostenere economicamente con urgenza, l’azione di Maddalena in terra haitiana. La Polisportiva ha aperto la sottoscrizione versando il contributo destinato ad omaggiare i partecipanti al Convegno “Educare oggi: una speranza per il futuro!” (Genova, 26/01/2010).
Gli aiuti giungeranno direttamente a Madda attraverso l’Associazione “Il Germoglio Onlus”, che supporta l’azione missionaria ad Haiti ed in altre zone del mondo.
Il Germoglio onlus
Piazza Chiesa 13 23871 Lomagna (Lecco) Tel. 3392875269
Email ilgermoglio@brianzaest.it
C/C postale n.ro 12196226
C/C bancario n.ro 23920 presso Banca Popolare di Milano Ag. N. 405 di Lomagna
IBAN IT53H0558451450000000023920
Da Haiti
La testimonianza di MADDA
Port-au-Prince, 17 gennaio 2010
La Port-au-Prince che avevo conosciuto non esiste più. La città che mi aveva accolto e che avevo imparato ad amare, vivendo i momenti tragici degli ultimi anni a fianco della gente, è ridotta al dolore dei sopravvissuti, alle sofferenze indicibili dei feriti e dei loro famigliari e ad un mucchio di macerie.
Martedì 12 gennaio sembrava una giornata normale, senza grandi novità, tranquilla, come quelle a cui mi stavo piano piano abituando tornando in capitale dalla provincia per le normali attività. Questa volta ero venuta con due piccoli e le loro madri, due bimbi con problemi di salute tali che avevamo optato per meglio aiutarli ai medici e agli ospedali della capitale.
Da un anno ho lasciato i bambini della casa famiglia dove ho vissuto per sette anni nelle mani di altri responsabili e quando torno in capitale i momenti di tranquillità li passo con loro. Alle 16.50 circa nel foyer i bambini erano già dentro la casa; i trenta bimbi ospiti, fra i quali solo cinque in grado di camminare, avevano preso posto nel refettorio, pronti a cenare.
Mi stavo preparando a dare da mangiare a due dei più piccoli: un maschietto, Emmanuel, di circa 5 anni, ed una femminuccia, Micheberline, fra i tre e i quattro anni, entrambi immobilizzati da una tetraparesi dalla nascita; simpaticissimi e intelligenti, affettuosi come non mai, è soprattutto a loro che mi dedico quando sono presente all’ora dei pasti. Avevo sistemato le due carrozzine davanti a me, seduta su di una panca, all’interno del refettorio, con tutti gli altri bimbi e quattro adulti.
All’improvviso, in circa un minuto, è successo il finimondo.
Inizialmente si è sentito un brontolio, cupo, sordo, pauroso, proveniente dalla terra e contemporaneamente la terra ha iniziato a tremare. Poi una pausa, il tempo di cercare gli sguardi degli altri e subito il sussulto ha ripreso, molto più forte e tutti quelli che potevano sono scappati all’aperto urlando e pregando. Poi il peggio: delle scosse laterali fortissime, nelle quali il terreno si spostava sotto i piedi e tutto e tutti erano scaraventati via, a terra. Tutto è volato via, brutalmente . Tutto si frantumava. Tutto cadeva e rotolava. Si sono scoperchiati i tombini esterni per la violenza delle acque che volevano uscire, in casa l’acqua dei bagni ha inondato il pavimento, i tubi si sono rotti, così come la cisterna sul tetto della casa, che ha iniziato a rovesciare acqua a frotte tutt’intorno. Rumore di vetri infranti, scricchiolii e urla.
Cinque anni fa, nei momenti più caldi della guerra civile, proprio qui a Port-au-Prince, delle “chimè” incontrate per strada mi hanno puntato in faccia una pistola, guardandomi, indecise se spararmi o no. Ricordo bene quel momento: credevo che mi avrebbero sparato e ho ancora coscienza del fatto che in quel momento, guardando la pistola che avevo davanti agli occhi, non sono riuscita a pensare a niente, se non al fatto che mi avrebbero sparato e che stavo per morire. Invece mi hanno lasciata vivere.
Martedì sera ho creduto di nuovo di stare per morire, ma ho avuto la grazia di una lucidità diversa: non sono corsa fuori, ho voluto rimanere con i bambini che non potevano cercare scampo, e ho protetto con il mio corpo Emmanuel e Micheberline e se avessi potuto li avrei protetti tutti.
Quando tutto è finito mi sono trovata in piedi, abbracciata ai due piccoli in carrozzella, e sentivo la mia voce dire “Gesu’” e i bambini piangere.
Tutto intorno il caos, che piano piano ha preso la forma di voci, di pianti di urla che venivano da lì, dal foyer, dagli altri bambini, dagli adulti ma anche da tutte le case intorno, da tutta la città. Tutto era sottosopra, scaraventato via da una forza immane, distrutto.
Nonostante nella camera accanto i letti di ferro siano volati via, nonostante tutto quello che abbiamo visto intorno a noi, nessuno dei bambini del foyer si è fatto nulla. Io credo sia stato un miracolo.
Così come credo sia stata una grazia “preparata” e voluta la mia presenza qui con i bambini in questi giorni. Subito dopo le scosse non volevano lasciarmi; i cinque che camminano mi seguivano ovunque, dovevano toccarmi fisicamente, anche solo tenere un lembo della camicia.







